Tre anni sono un periodo abbastanza lungo per un bambino per imparare a parlare e a camminare, e per iniziare a scoprire il mondo. A Gaza, invece, negli ultimi tre anni ci sono stati bambini uccisi prima ancora di avere la possibilità di crescere, famiglie cancellate dai registri anagrafici e quartieri ridotti a cumuli di macerie.
Il 7 ottobre il mondo ha commemorato i tre anni trascorsi dall’improvviso attacco sferrato contro Israele sotto la guida di Hamas e dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, che ha assunto i contorni di un genocidio.
Tuttavia, per i palestinesi questa data non segna l’inizio delle loro sofferenze. Essa rappresenta il momento in cui le politiche di occupazione, blocco e privazione dei beni, in atto da decenni, si sono trasformate in un’ondata di attacchi volti a rendere Gaza inabitabile, mentre gran parte del mondo ha scelto di restare a guardare.
Da tre anni i palestinesi di Gaza sono sottoposti non solo ai bombardamenti, ma anche alla sistematica distruzione delle condizioni necessarie per il mantenimento della vita sociale.
Case, ospedali, università, scuole, forni, reti idriche, terreni agricoli e luoghi di culto sono stati ridotti in macerie. Numerose famiglie sono state completamente sterminate. Alla popolazione, in gran parte sfollata, è stato costantemente ordinato di spostarsi da una «zona sicura» all’altra, ma anche queste zone sono diventate bersaglio degli attacchi. Secondo delle stime sommarie, sono stati segnalati oltre 74.000 palestinesi uccisi. Dei quali oltre 21.000 sono bambini.
Circa 1,9 milioni di persone sono state sfollate. Molte di loro hanno dovuto cambiare sistemazione più volte. Oltre 371.000 abitazioni sono state danneggiate o distrutte, quasi tutte le scuole sono state colpite e più della metà degli ospedali di Gaza non è più in grado di funzionare.
Una valutazione congiunta condotta dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e dalla Banca Mondiale rivela che il livello di sviluppo umano a Gaza ha subito un regresso di 77 anni.
La violenza non si è limitata solo a Gaza. Da ottobre 2023, Israele ha notevolmente intensificato i propri attacchi in tutta la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est. Oltre 1.100 palestinesi, di cui più di 240 bambini, sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni illegali.
Le incursioni militari, le demolizioni di case, gli attacchi da parte di coloni illegali, l’espansione degli insediamenti illegali e le espropriazioni di terreni hanno subito un’accelerazione. Questa situazione ha costretto migliaia di palestinesi ad abbandonare le proprie case e le proprie comunità.
Mentre l’attenzione del mondo era concentrata su Gaza, Israele ha sfruttato questo momento per rafforzare il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata e portare avanti il processo di annessione illegale.
Sebbene Gaza e la Cisgiordania occupata siano soggette a diverse forme di violenza da parte di Israele, l’obiettivo è lo stesso: cancellare i palestinesi dalle loro terre.
Neanche l’annuncio del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 ha garantito la sicurezza.
Da allora, sono stati uccisi oltre 1.400 palestinesi.
Mentre le forze di occupazione israeliane continuano a controllare circa due terzi di Gaza, i palestinesi sono costretti a vivere in una porzione minuscola e sovraffollata del proprio territorio.
I lavori di ricostruzione sono appena agli inizi. Le restrizioni imposte da Israele continuano a impedire l’ingresso di materiali da costruzione, forniture mediche, acqua potabile e macchinari necessari per la rimozione delle macerie.
Un accordo di cessate il fuoco in cui i palestinesi continuano a essere uccisi, sfollati e privati della possibilità di ricostruire non significa pace. Si tratta di violenza perpetrata a un ritmo che la comunità internazionale trova più facile ignorare.
In questi tre anni, i palestinesi sono stati più volte elogiati per la loro «resistenza».
Sebbene si tratti in genere di un’espressione di apprezzamento, questo termine ha ormai assunto una connotazione più inquietante.
Esaltare la resistenza dimostrata dai palestinesi spesso induce il mondo a guardare con ammirazione alla loro capacità di sopportare un dolore immenso, senza chiedersi perché un popolo sia ancora costretto a subirlo.
Questo linguaggio della resistenza separa gli eventi dalla politica.
Posiziona un popolo che deve affrontare l’occupazione militare, l’apartheid e il genocidio come un soggetto verso cui le persone provano simpatia.
Questo discorso trasforma inoltre i diritti in bisogni, la responsabilità politica in tragedia e i crimini, i cui autori e sostenitori sono ben noti, in una sventurata catastrofe di cui nessuno è responsabile.
Questo discorso sposta inoltre l’attenzione dal meccanismo che causa la sofferenza dei palestinesi alla creatività che essi dimostrano per liberarsi da tale sofferenza.
Questo quadro è conveniente per i governi che, pur continuando ad armare Israele, a commerciare con esso e a proteggerlo diplomaticamente, rilasciano dichiarazioni in cui esprimono la propria preoccupazione.
Le immagini dei palestinesi che cucinano accanto alle case distrutte o tengono lezioni nelle tende vengono presentate come una prova incoraggiante che la vita continua.
Tuttavia, l’apprezzamento per questa intraprendenza dimostrata dai palestinesi può oscurare la realtà fondamentale: quelle case non avrebbero mai dovuto essere demolite e quei bambini dovrebbero frequentare la scuola, non trovarsi tra le macerie, sotto teli di plastica.
Stanno resistendo a condizioni straordinarie, ma i palestinesi non dovrebbero aver bisogno di una forza così straordinaria solo per sopravvivere.
Oltre il 7 ottobre
La resistenza incrollabile dei palestinesi, ovvero il «Sumud», non è una caratteristica di cui chi guarda dall’esterno possa parlare con toni elogiativi, né è una qualità che suona bene alle orecchie. Si tratta di una posizione politica che rifiuta l’estinzione.
La resilienza non deve mai essere vista come un elemento in grado di sostituire la giustizia. La lotta per la sopravvivenza non giustifica coloro che armano Israele, lo proteggono diplomaticamente o continuano a intrattenere rapporti commerciali con esso, mentre Gaza è condannata alla fame e alla distruzione. Nemmeno le espressioni piene di simpatia possono cancellare le scelte politiche compiute consapevolmente nel corso di tre anni.
La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel settembre 2025, è giunta alla conclusione che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza. La comunità internazionale non può più sostenere che la natura del crimine sia incerta. Eppure, la responsabilità non è stata ancora assicurata. Il clima di impunità ha permesso che la distruzione continuasse, persino sotto il pretesto di un cessate il fuoco.
La risposta giusta da dare non è un nuovo discorso che elogi il coraggio dei palestinesi. La risposta giusta è: embargo sulle armi, sanzioni e processo ai responsabili. Questa risposta consiste nel garantire libero accesso agli aiuti umanitari e in un processo di ricostruzione guidato dai palestinesi stessi.
Inoltre, significa porre fine all’occupazione e al regime di apartheid, tutelare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e consentire ai palestinesi di determinare autonomamente il proprio futuro, anziché imporre loro un altro ordine politico.
A distanza di tre anni, i palestinesi sono ancora vivi, continuano a far sentire la propria voce e si rifiutano di rinunciare alle rivendicazioni sui propri diritti alla terra e alla dignità umana. Questa tenacia è una forza potente, ma non deve indurre il mondo all’indolenza.
La sopravvivenza dei palestinesi non è il risultato finale di questa storia, ma piuttosto un’accusa rivolta a tutti coloro che hanno reso necessaria una tale resistenza.




















