Opinione
POLITICA
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La guerra in Ucraina stava attraversando la sua fase più acuta
Mentre i leader politici si scambiavano accuse reciproche, gli esperti lanciavano l’allarme sul rischio imminente di una crisi alimentare globale.
La guerra in Ucraina stava attraversando la sua fase più acuta
Russia Ukraine War

Mentre i leader politici si scambiavano accuse reciproche, gli esperti lanciavano l’allarme sul rischio imminente di una crisi alimentare globale. È in questo contesto che a Istanbul si è registrato uno sviluppo per molti inaspettato: i rappresentanti di Russia e Ucraina si sono seduti allo stesso tavolo negoziale.

Nessuno si illudeva che la pace potesse essere raggiunta da un giorno all’altro, né si prevedeva un immediato cessate il fuoco. Tuttavia, grazie alla mediazione della Türkiye e delle Nazioni Unite, è stato siglato un accordo chiave per sbloccare le esportazioni di grano dai porti ucraini, dove milioni di tonnellate di cereali erano rimaste intrappolate.

Non si è trattato di una vittoria diplomatica altisonante. Non ci sono stati stringimi di mano storici sotto i riflettori delle telecamere, né dichiarazioni altisonanti capaci di cambiare il mondo dall'oggi al domani. Il risultato, tuttavia, è stato di fondamentale concretezza: garantire l’accesso al cibo.

Molte famiglie in Africa, in Medio Oriente e in altre aree vulnerabili del pianeta — persone che probabilmente non avevano mai sentito parlare dei colloqui di Istanbul — sono riuscite a portare il pane in tavola proprio grazie al successo di questa azione diplomatica, arrivata in un momento in cui qualsiasi spiraglio sembrava ormai precluso.

Questo episodio riflette chiaramente il posizionamento strategico della Türkiye nello scenario globale contemporaneo. Gli sforzi diplomatici di Ankara non si nutrono di gesti simbolici o di campagne ideologiche, ma si fondano su una diplomazia paziente e pragmatica: mantenere aperti i canali di comunicazione quando gli altri interrompono i rapporti e non serrare quelle porte che il resto del mondo ha già deciso di chiudere.

A sud, il Paese confina con la Siria, da oltre un decennio dilaniata dal conflitto civile. A est si stagliano l’Iraq e l’Iran, mentre oltre le acque del Mar Nero si trova la Russia. Dall’altro lato del Mar Egeo si estende la Grecia, soglia d'accesso a Balcani, Caucaso e Mediterraneo orientale: quadranti geopolitici dove una pace duratura è storicamente merce rara.

Quando le crisi esplodono in queste aree, gli effetti domino investono inevitabilmente la Türkiye: flussi migratori che premono ai confini, rotte commerciali interrotte, corridoi energetici vulnerabili e crescenti minacce alla sicurezza nazionale. Sebbene la geografia non determini l'instaurarsi di un destino ineluttabile, essa ne plasma profondamente la realtà quotidiana. È per questo che la leadership di Ankara non ha mai considerato la stabilità regionale come un mero obiettivo di politica estera: la pace lungo i propri confini non è semplicemente un auspicio, bensì una necessità vitale.

Al contempo, questa stessa collocazione geografica offre alla Türkiye un vantaggio diplomatico unico. Forte della sua appartenenza alla NATO e dei solidi legami storici, culturali ed economici con diverse aree del mondo, Ankara dispone di leve diplomatiche precluse a molti altri attori. Ha la capacità di far sedere allo stesso tavolo controparti spesso riluttanti persino al dialogo; un risultato tutt'altro che scontato nello scacchiere internazionale.

Se c'è una costante nella dottrina diplomatica turca, è proprio questa: mantenere aperti i canali di comunicazione con attori con cui l'Occidente o altre potenze scelgono di interrompere i rapporti. Ankara, infatti, sostiene fermamente l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma non recide i contatti con Mosca; pur essendo un pilastro della NATO, continua a coltivare la delicata relazione con la Russia. Nei diversi teatri di crisi, dialoga simultaneamente con governi, gruppi di opposizione, potenze regionali e organizzazioni internazionali.

I detrattori definiscono questo approccio incoerente o, nel peggiore dei casi, una strategia opportunistica volta a trarre vantaggio da entrambe le parti. Tuttavia, nella logica della mediazione, la razionalità di questa postura è evidente: se si rifiuta il dialogo con una delle parti in causa, diventa impossibile convergere verso un terreno comune. I negoziati di pace non si fanno tra amici, ma tra avversari. Ed è proprio qui che risiede la funzione del mediatore: una figura che entrambe le parti siano disposte ad accettare e della quale, idealmente, possano fidarsi. Un ruolo che la Türkiye ha ripetutamente cercato di incarnare.

Oltre il tavolo dei negoziati

Il contributo della Türkiye alla stabilità globale si spinge ben oltre i canali della diplomazia tradizionale. Il personale militare turco ha preso parte a più di 30 missioni di peacekeeping sotto l'egida delle Nazioni Unite, operando in teatri complessi come la Bosnia, il Kosovo e la Somalia.

Proprio in Somalia, anziché limitarsi a un approccio esclusivamente incentrato sulla sicurezza, Ankara ha promosso la costruzione di ospedali, avviato progetti infrastrutturali su larga scala e potenziato gli aiuti umanitari. La scelta emblematica dell’ambasciatore turco a Mogadiscio di vivere a stretto contatto con la popolazione locale, piuttosto che barricarsi all'interno di una sede diplomatica blindata e isolata, riassume l'essenza di questa filosofia: la pace non è semplicemente l'assenza di un conflitto, ma la volontà concreta di esserci.

Sul fronte dell'emergenza migratoria, la Türkiye si è confermata uno dei principali Paesi al mondo per numero di rifugiati ospitati, accogliendo oltre 3,6 milioni di siriani regolarmente registrati, a cui si aggiungono centinaia di migliaia di profughi provenienti da Afghanistan, Iraq e altre aree di crisi. Sebbene l'impatto sul sistema scolastico, sulle strutture sanitarie e sulle comunità locali sia stato notevole — alimentando inevitabilmente anche il dibattito politico interno — il Paese ha continuato a mantenere la politica delle porte aperte.

I dibattiti internazionali sulla pace tendono spesso a focalizzarsi sui cessate il fuoco e sui vertici di alto livello. Eppure, la pace si misura anche attraverso la quotidianità di un bambino che siede tra i banchi di scuola o la protezione offerta a un rifugiato che non viene respinto alla frontiera. Sotto questo aspetto, l'approccio adottato dalla Türkiye si configura come uno dei più imponenti sforzi umanitari sostenuti da un singolo Stato nel XXI secolo.