Molto prima di conoscersi realmente, turchi e spagnoli avevano già plasmato nell'immaginario collettivo una complessa percezione reciproca. Nella Spagna del XVI e XVII secolo, la figura del «turco» era una presenza costante in dipinti, opere teatrali, sermoni e cronache di guerra. L’Impero ottomano rappresentava una delle massime potenze del Mediterraneo nonché il principale rivale della monarchia spagnola, mentre quest'ultima occupava generalmente un ruolo più marginale nell’agenda geopolitica della Sublime Porta.
Questa apparente contraddizione — quella di una forte rappresentazione simbolica accompagnata da una scarsa conoscenza reale — è stata uno dei temi centrali affrontati a Istanbul durante un simposio promosso per commemorare il Trattato ispano-ottomano di pace e amicizia del 1782. Per due giorni, storici spagnoli e turchi hanno riletto una relazione secolare ben più articolata rispetto alla tradizionale narrazione dicotomica basata unicamente su rivalità e riconciliazione. Spagna e Türkiye vantano infatti cinque secoli di contatti ininterrotti, durante i quali è mutata soltanto la natura di tali relazioni.
Entrambe le potenze si contendevano l'egemonia sul Mare Nostrum. Dalle province ottomane del Nord Africa, tra cui Algeri e Tunisi, venivano condotte frequenti incursioni lungo le coste iberiche, e migliaia di persone vissero in prima persona il dramma della guerra e della prigionia. La battaglia di Lepanto del 1571 — a cui prendeva parte lo stesso Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte — divenne l'emblema iconico di questa rivalità. All’epoca, tuttavia, lo stereotipo del «turco» travalicava il mero significato strategico-militare: era una figura ricorrente nei racconti epici e nell'arte figurativa, modellata di volta in volta in funzione delle esigenze politiche del tempo. Il rischio concreto, tuttavia, era che la costruzione del mito finisse per sovrapporsi alla reale conoscenza dell'altro.
Oltre il mito: la diplomazia parallela dei rivali
L’immagine del «gran turco» come principale avversario mediterraneo non impedì comunque a Madrid e Istanbul di instaurare canali di dialogo nei momenti opportuni. Dopo decenni di logoranti conflitti, alla fine del XVI secolo entrambi gli imperi avviarono contatti informali per ridimensionare una rivalità divenuta economicamente insostenibile.
Sebbene tra la corte spagnola e la Porta non venissero istituite ambasciate permanenti, un'articolata rete di inviati, intermediari, mercanti e informatori garantiva il flusso costante di notizie tra Madrid e Istanbul. Lo storico Evrim Türkçelik ha sintetizzato con efficacia questa complessa dinamica coniando la formula: «Negoziati senza normalizzazione».
Un aspetto fondamentale per comprendere una realtà spesso oscurata dalla storiografia incentrata sulla battaglia di Lepanto e sui conflitti navali: pur rimanendo formalmente in stato di guerra, Spagna e Impero ottomano riuscirono a mantenere aperti canali di comunicazione strategici.
Del resto, tra il Cinquecento e il Seicento il Mediterraneo non costituiva affatto una barriera impermeabile. Attraverso i suoi porti non transitavano soltanto merci e informazioni, ma si muovevano anche prigionieri affrancati, convertiti all’Islam, dragomanni, mercanti e religiosi. I confini, pur dividendo le potenze, ne favorivano al contempo l'interazione.
La svolta decisiva maturò alla fine del Settecento. Mentre la Corona spagnola orientava i propri interessi strategici verso l'Atlantico e le Americhe, l’Impero ottomano si trovava a fronteggiare l’espansionismo dell’Impero russo. Il Trattato di pace, amicizia e commercio del 1782 non nacque da un'improvvisa intesa affettiva, bensì dalla convergenza di «due ragioni di Stato», come evidenziato dalla storica Elsa Medina Iglesias. Fu proprio quell'accordo a trasformare l'antico avversario in un interlocutore stabile, gettando le basi per l'apertura di sedi consolari, contatti diplomatici regolari e nuove rotte commerciali.
Dal pragmatismo politico all'intreccio culturale
All'indomani del crollo dell'Impero ottomano e con la successiva proclamazione della Repubblica di Türkiye nel 1923, la Spagna fu tra i primi Paesi a siglare, l'anno seguente, un nuovo Trattato di amicizia con lo Stato turco. Nel 1929, l'arrivo a Madrid del celebre poeta Yahya Kemal Beyatlı in veste di diplomatico — autore del celebre componimento Danza in Andalusia — testimoniò visibilmente la progressiva fusione tra diplomazia e dimensione culturale.
Un effettivo riavvicinamento strategico si è tuttavia consolidato a partire dagli anni Ottanta. Superata la parentesi quarantennale della dittatura franchista, la Spagna faceva il suo ingresso nella NATO e nella Comunità Economica Europea, mentre anche la Türkiye intensificava il proprio percorso di integrazione con le istituzioni europee. Uno dei simboli più incisivi di questo nuovo corso è stato il lancio dell'«Alleanza delle Civiltà». Promossa nel 2004 dal premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero e co-sostenuta dal governo turco guidato da Recep Tayyip Erdoğan, l’iniziativa muoveva da un presupposto chiave: in un contesto globale caratterizzato da una crescente interdipendenza, la sicurezza, lo sviluppo e la stabilità delle diverse società non possono prescindere da una cooperazione multilaterale.
Il progetto, integrato ufficialmente nell'architettura delle Nazioni Unite nel 2005, mirava a creare una volontà politica comune per contrastare pregiudizi, stereotipi culturali e fenomeni di polarizzazione tra il mondo occidentale e quello islamico. Una prospettiva radicalmente opposta a quella di Lepanto: Spagna e Turchia non si presentavano più come avamposti di civiltà destinate allo scontro, bensì come attori promotori del dialogo interculturale.
Le relazioni bilaterali oggi: record commerciali e scambi culturali
Attualmente, i rapporti tra Madrid e Ankara travalicano la sola dimensione governativa e diplomatica. Nel 2025 l'interscambio commerciale bilaterale ha toccato la quota record di oltre 20,5 miliardi di dollari. Parallelamente, nello stesso anno si sono registrati oltre 452 mila turisti spagnoli in Türkiye, con mete quali Istanbul, la Cappadocia e la costa egea in forte e costante crescita.
Sul piano culturale, l’Instituto Cervantes è attivo a Istanbul dal 2001, mentre l’Istituto Yunus Emre opera a Madrid dal 2018. Le opere dei principali autori turchi sono ormai ampiamente tradotte in spagnolo, così como la letteratura ispanica vanta un pubblico sempre più vasto in Turchia.
Il percorso storico che unisce i due Paesi non è stato caratterizzato da un'immediata convergenza, bensì da un'evoluzione complessa e graduale: spagnoli e ottomani hanno prima nutrito reciproci stereotipi, poi hanno appreso l'arte del negoziato pragmatico, instaurato relazioni stabili e, infine, avviato una conoscenza diretta e profonda.





















